Wyscout intervista mister Gasperini

Siamo andati a Zingonia, nel centro sportivo dell’Atalanta, per parlare di calcio con Gian Piero Gasperini.

Con il tecnico nerazzurro abbiamo parlato di temi cari alla figura dell’allenatore: dalla formazione, passando per la preparazione e la gestione di un gruppo. Per trasmettere ai lettori del Wyscout Blog il credo calcistico – e non solo – di uno dei tecnici più affermati del calcio italiano.

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Mister, partiamo dall’inizio della carriera di un allenatore. Come si comincia a fare questo mestiere?

«Non c’è una strada tracciata. Si può iniziare dal settore giovanile, da una prima squadra, si può iniziare da categorie basse o alte. La storia degli allenatori è molto varia: chi ha avuto la strada spianata, chi ha dovuto fare molti giri per arrivare. Per me, il settore giovanile è stata una bella palestra».

Cos’altro è importante per iniziare?

«È importante anche tenere a mente che l’allenatore non c’entra niente col giocatore. Non è detto che chi ha giocato possa allenare, non è un passaggio così immediato. È tutto un altro mestiere, con delle problematiche diverse. Alla base ci dev’essere una predisposizione caratteriale a voler trasmettere qualcosa».

È difficile non perdersi durante questo percorso.

«All’inizio non pensavo di fare l’allenatore. Volevo continuare a fare calcio, sì, ma ero felice di allenare le giovanili per trasmettere la mia esperienza. Il mio pensiero non era però quello di aver a che fare i professionisti. È un qualcosa che è maturato con gli anni. La mia ambizione era educativa, legata alla mia passione per il calcio, ma era anche un modo per mettere alla prova me stesso. Era il piacere di stare con dei ragazzi, di stare in campo. Il primo problema che affronti è quello didattico: “Cosa faccio?” – ti chiedi – “Che tipo di esercitazioni? Cosa voglio trasmettere?” È una maturazione, uno studio su te stesso. Inizialmente devi crearti un metodo di lavoro in funzione delle capacità e possibilità dei ragazzi a disposizione, questo è già qualcosa che ti spinge a essere preparato. Non è istinto. Se hai ragazzi di una certa età, in base ai loro anni devi adeguarti al loro livello psicologico, fisico, atletico».

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Ha mai avuto dei modelli a cui si è ispirato?

«Sin dall’inizio i miei modelli sono stati quelli professionistici. Anche se alcuni tipi di allenamenti sono applicabili, cambia l’abilità, ma una stessa pratica può essere svolta sia da professionisti, sia dalle giovanili. Poi non volevo neanche trasmettere solo quello che avevo ricevuto nella mia infanzia, perché nel tempo i sistemi e le conoscenze evolvono. E così, ho cominciato a prepararmi».

Come?

«Ci sono i corsi di preparazione che sono importanti. Si entra in un sistema diverso rispetto al mondo del calciatore, si lavora sulla propria formazione. Anche lì però può essere varia, non solo tattica. Spesso la tattica è l’aspetto che appassiona di più, ma per quanto importante non è l’unico, nelle giovanili lo è meno. Questa fase contribuisce a crearsi un proprio metodo, ma comunque è un mondo davvero vario. Sotto l’aspetto individuale e corale: hai 11 giocatori e le riserve, devi studiare loro ma anche te stesso».

Ci sono degli step necessari per diventare allenatore?

«Ritengo che la capacità di transfer, e con le giovanili e con la prima squadra, sia fondamentale; il trasmettere ai tuoi giocatori le tue idee, i tuoi allenamenti, il farle recepire dalla tua rosa».

A proposito di trasmettere. Bisogna cercare di trasmettere il proprio modello di gioco alla squadra o adattarlo alle caratteristiche della giocatori?

«Credo che sia necessario partire da quello che si ha. Non penso che un allenatore possa dare di più a un giocatore, può però ottenere il meglio delle sue capacità. Noi non possiamo pensare che un allenatore possa trasformare un giocatore normale in un grande campione, ma il miglior successo è tirare fuori il meglio dalle sue caratteristiche. Per fare questo è importante agire sulla persona, avere qualcosa che ti lega. E moltiplicare questo processo per le 25 persone che compongono la rosa. Ci sono allenatori che hanno basato il loro successo sulla capacità tattica, altri sulla comunicazione».

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Non c’è un metodo unico da seguire. Anzi.

«Ci sono esempi di tecnici vincenti con metodi molto diversi tra loro: chi allena molto sul campo, chi punta su altri aspetti. La cosa importante è riuscire a stabilire un transfer, un qualcosa che risulta sul campo, perché alla fine tutto si misura con un unico fattore: il risultato, che determina se un allenatore è bravo o meno. Anche se io non la penso proprio così, ritengo che il miglior successo sia ottenere il proprio obiettivo, che non è solo vincere lo scudetto, ma trasmettere qualcosa, creare un ambiente positivo attorno alla squadra. Il risultato non è necessariamente la vittoria, ma il massimo dei tuoi obiettivi: la crescita. Bisogna puntare obiettivi possibili, né troppo alti né troppo facili, altrimenti si corre il rischio di essere sempre delusi. È molto bello per noi amanti del calcio la sensazione di allenarsi con soddisfazione, dev’essere qualcosa che non ti pesa. La fatica stessa può essere una soddisfazione. È molto importante creare un clima di squadra».

Come intende il concetto di squadra?
« Per me è importante il fatto di avere
un clima in cui tutti ragionano con la stessa testa, dove c’è altruismo, disponibilità, voglia di raggiungere dei risultati insieme. Ma posso anche dire che nel calcio ci sono stati esempi di squadre in cui liti e discussioni erano all’ordine del giorno, eppure ottenevano lo stesso dei risultati. È la varietà del calcio. Certi comportamenti in certi ambienti vanno bene, con altre persone meno. L’allenatore è una persona che decide e, in quanto tale, è soggetto a critiche e insofferenze. Lo è anche il genitore, l’insegnante. Se poi si va nel mondo professionistico, ci sono interessi economici dietro: c’è il rapporto con la dirigenza, il pubblico, i media. È una situazione talmente complessa per cui sarebbe presuntuoso dire: “Ok, si fa così”. I risultati si ottengono attraverso strade diverse».

Il calcio, con tutte le sua variabili, è uno dei sistemi più complessi da misurare.

«Non potendo controllare tutto, per carattere tendo a dare molta importanza alla professionalità, al 105×68, il rettangolo di gioco. Proprio perché tutto il resto non è controllabile, mentre lì mi sento di poter incidere di più. Ma questo fa parte della mia indole. Ammiro gli allenatori che sono riusciti a dare meno peso a questo aspetto e aver raggiunto comunque grandi risultati. Io per carattere sono più tecnico: mi rifugio sul campo, pur riconoscendo l’importanza del resto. La mia attenzione si basa quindi su un problema che possiamo aver avuto in campo, su una questione tecnica, atletica, di atteggiamento. Mentre sono volutamente meno attento ad altri aspetti».

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Quanto tempo ci vuole per costruire un’identità di squadra?

«Non troppo. Il problema è sempre condizionato dal risultato: se c’è, ti aiuta. Specie se entri in una squadra nuova. L’importante è conoscere le caratteristiche dei tuoi giocatori, chiedere qualcosa che li gratifichi. Nel calcio il gruppo si distingue dai ruoli, ognuno deve pensare al ruolo in funzione della squadra, del compagno, i ruoli contano. Bisogna però che un giocatore si senta gratificato di quello che fa, non può esserlo solo chi fa gol. Allora si crea un meccanismo virtuoso. Visto che i giocatori sono undici e i ruoli sono diversi, si creano sempre incertezze, tu invece devi riuscire a fare squadra. Tutto quello che avviene attorno è avverso a questo concetto, il calcio, per eccellenza, è lo sport degli alibi. “Perché hai giocato male?”, “Ero fuori posizione”, o “Perché il compagno la passava male”… Quando cominci a toglierti un po’ di alibi, sei un pezzo avanti. Allenare è un po come cucinare: se vuoi fare una torta buona, hai bisogno degli ingredienti giusti, solo che qui non puoi pesarli, devi sapere tu “quanto basta”. Allora è tuo il compito di creare l’impasto giusto. È sempre una bella lotta, non hai mai tregua, non arrivi a casa e stacchi. C’è sempre qualcosa che devi fare, migliorare, ti devi dare un equilibrio. È una bella sfida ».

Come può essere il mondo della comunicazione.

«Bisogna stare attenti anche lì. Ai livelli dei professionisti la comunicazione è un altro aspetto da gestire. Ci sono quelli più bravi da questo punto di vista, altri meno. Ai tempi di oggi è un fattore determinante, molto più rispetto al passato… è quello che ti permette di avere quel credito in più».

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Mister, abbiamo commissionato ai ricercatori dell’Università di Pisa una ricerca inedita sull’indice di invasione di una squadra, per capire la pericolosità del gioco e il possesso palla. L’Invasion Index si basa sul presupposto che il possesso palla di una squadra è spesso “sterile” se avviene lontano dall’obiettivo degli avversari. I ricercatori hanno allora studiato la capacità di una squadra di giocare vicino all’obiettivo dell’avversario, attribuendo ad ogni zona del campo un peso diverso in base alla sua pericolosità(probabilità di segnare). Hanno preso la scorsa stagione di Atalanta e Manchester United e studiato la frequenza del possesso palla, risulta che l’atalanta abbia invaso l’area dell’avversario più spesso e con maggiore accelerazione rispetto alla squadra di Mourinho. Niente male…

«C’è molta ricerca attorno al calcio, siamo circondati da numeri, ma quelli sensibili che valutiamo sono pochi, quelli che ci danno un parametro significativo. Dipendono ad esempio dal tipo della partita. A volte ci si dimentica di considerare che molto spesso è l’avversario che dà ritmo al match, quindi non è detto che se hai corso o faticato di meno sia un sintomo della gara. In generale certi parametri sono un indice di buona condizione, certo, però non è detto che c’entrino ai fini della prestazione. Alcuni numeri sono significativi, altri in evoluzione, ma è molto difficile elaborare un concetto di partita solo attraverso i numeri».

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Lei si prepara molto con i video.

«Per me lavorare con i video è fantastico. Wyscout ha alzato il livello didattico, progressivo e metodologico degli allenamenti. I video sono comodi, ma anche lì c’è un’opera di selezione da fare. Il fattore del video è che non lo puoi tradire: è quello. Ti mette davanti alla realtà. È un grande aiuto per l’allenatore, perché non è un’opinione, non è un’opera di convincimento. I tempi, gli spazi e le distanze si vedono ed è un ottimo modo per migliorare, lavorando a contatto col giocatore. È utile per l’allenatore per essere credibile, ed è utile per il giocatore perché si convinca. Se il giocatore non è convinto di una situazione, è difficile trasmettergliela, invece così può vederla e ha più possibilità di correggersi e migliorarsi. E poi ha velocizzato i tempi dello scouting. Ora si vede il giocatore, poi se vuoi vai a vederlo sul posto. Era un’esigenza forte che si avvertiva da parte di tutti. Noi siamo stati i primi a utilizzarlo, ai tempi del Genoa nel 2006. Ora appassiona tutti, lo fai vedere anche a un allenatore amatoriale e rimane colpito perché è l’essenza del calcio».

Monitorare i video vuol dire preparazione.

«C’era un periodo in cui si pensava che non fosse utile vedere il modo di giocare dell’avversario. Si pensava che l’importante fosse solo esprimere il proprio gioco, che è un po’ azzardata come teoria. In quei momenti forse si faceva anche fatica vedere l’avversario, ora lo conosci tanto. Magari toglie un po’ di sorpresa, ma ti costringe a essere più preparato. Quindi gli staff sono aumentati di numero in funzione dell’analisi dei video, così come gli staff dello scouting, ma con costi inferiori».

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Parliamo dei dati. Abbiamo analizzato attraverso lo strumento Rankings della piattaforma di Wyscout i valori di Atalanta e Borussia Dortmund nei rispettivi campionati. Può essere un modo interessante per prepararsi alla prossima sfida che vi aspetta in Europa League.

«Sono numeri utili per inquadrare la partita. Che loro ad esempio siano primi in Bundesliga per precisione dei passaggi è una buona indicazione, significa che è una squadra che ha qualità tecnica. Guardando la statistica dei tiri in porta, deduco che siano molto pericolosi in fase di finalizzazione. Se vado a vedere i numeri per ogni individuo, capisco che magari su quel determinato giocatore è meglio raddoppiare piuttosto che su un altro meno pericoloso al tiro. Io però in generale per preparare la partita preferisco puntare sui video, farei più fatica a tirare fuori le contromisure da dei numeri, in certi casi sono da interpretare».

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A proposito. L’interpretazione della partita in corso è un altro fattore fondamentale per un allenatore.

«La lettura della partita è un’altra capacità di un tecnico di saper intuire il momento di difficoltà della propria squadra e correggerlo o trovare un punto debole dell’avversario, anche questo fa parte della strategia… A volte una sostituzione esalta un giocatore, altre no».

Ci si adegua di più all’avversario o si prova a imporre il proprio gioco?

«Anche questa è una caratteristica. Dipende da molti fattori: dall’avversario, dai tuoi giocatori, dal risultato, se ti soddisfa o meno. Ti accontenti del pareggio? Vuoi vincere? Vinci, ma come pensi di mantenere il vantaggio? Quante volte mi è capitato di voler fare una sostituzione per cambiare qualcosa perché la squadra era in difficoltà e ho preso gol prima che la palla andasse fuori. Poi non so se facendo il cambio, non avrei incassato quel gol. Ma capita anche questo. È comunque esperienza. Io dico che il prossimo step sarà riuscire a controllare delle energie che ora non sappiamo contenere. Facciamo un esempio con l’Atalanta…».

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Prego.

«Noi l’anno scorso ci siamo trovati a compiere un finale di campionato che ci ha portato 37 punti e il quarto posto. Avevamo un’energia dentro che ci ha permesso di vincere delle partite che avremmo potuto anche perdere, perché anche gli altri avevano collezionato delle occasioni da gol, ma sentivi dentro un qualcosa che pesava, questo quindi come lo quantifico? In quel momento le partite le vincevi, perché questa era una sensazione davvero forte. Eppure se vado a rivedere le partite, ci sono stati dei momenti in cui si è rischiato. A volte la chiamano “fortuna” o “sfortuna”, ma come li pesi questi fattori? Quando le squadre hanno un obiettivo e poi si trovano un po’ staccate e di colpo perdono l’attimo, l’Inter e la Roma erano in cima fino a qualche settimana fa, poi perdono qualcosa e si fermano. Succede a tante squadre. E perdi 10 punti in un mese. Questo come si risolve, come lo gestisci? Sono altre componenti ancora, oltre statistiche e video».

È una questione di clima.

«Io credo molto nel clima favorevole. Altro esempio: andiamo a giocare a San Siro contro il Milan e siamo a pari punti. Loro sono molto delusi dalla classifica, noi molto soddisfatti. I punti sono uguali, cambia il punto di vista. Queste sono un po’ tutte le altre componenti, non potendo controllarle, mi affido molto alla tattica… poi c’è anche la scaramanzia. Io mi sono tolto ogni tipo di scaramanzia per non diventare matto. Se chiedete a me, ecco, io credo nel campo. Nella comunicazione in una squadra non serve la parola, l’importante è l’occhio: la comunicazione visiva è fondamentale, noi possiamo intenderci con uno sguardo e io so come mi dai la palla. È una sintonia che si crea col tempo, non già al primo giorno. Giochiamo insieme e io so se preferisci la palla sul destro, sul sinistro, più in corsa. Queste sono quelle che giocate che magari determinano un gol, un risultato. Diventa quindi una cosa tecnica e questo mi piace molto».